La carezza del buio
DavideBordighera
Lo tirò fuori con cautela, come se potesse sbriciolarsi tra le sue mani. La carta era lucida, quasi setosa al tatto, e sotto la luce del sole assumeva un leggero riflesso perlaceo. In alto, a caratteri arrotondati e generosi, c’era scritto: "Percorso Sensoriale Notturno – L’esperienza dell’oscurità totale". Sotto, in un corsivo più piccolo ma altrettanto curato, una frase che catturò immediatamente la sua attenzione: "Vivete il buio come non l’avete mai fatto. Senza vestiti, senza giudizi, senza luce."
Mattia aggrottò le sopracciglia, le labbra che si muovevano silenziosamente mentre leggeva. Il depliant spiegava che si trattava di un’attrazione unica nel suo genere, ideata da una certa Allegra, una donna descritta come "artista dei sensi e pioniera delle esperienze immersive". Il percorso si svolgeva all’interno di una struttura interamente costruita in gomma spessa, elastica, senza finestre né vetri, dove la luce era completamente assente. "Nessuno vi vedrà," assicurava il testo, "perché non ci sarà nulla da vedere. Solo voi, il buio e le sensazioni che vi attraverseranno."
Mattia si appoggiò allo schienale della poltrona, il depliant che gli penzolava tra le dita. L’idea era così strana da risultare quasi affascinante. Non era un tipo avventuroso, anzi, preferiva la routine e la prevedibilità del suo lavoro da disegnatore tecnico, dove ogni linea aveva un posto preciso e ogni misura doveva essere perfetta. Eppure, c’era qualcosa in quella proposta che lo stuzzicava. Forse era la curiosità di provare qualcosa di completamente fuori dalla sua zona di comfort, o forse era il modo in cui il depliant descriveva l’esperienza: "Un viaggio intimo, dove il tatto, l’udito e l’olfatto diventano i vostri unici compagni."
Girò il foglio e trovò un numero di telefono scritto a mano in un angolo, accompagnato da una nota: "Prenotazioni solo su chiamata. Posti limitati." Esitò per un istante, poi si alzò e andò a prendere il telefono dalla scrivania. Le dita tremarono leggermente mentre componeva il numero, come se stesse per fare qualcosa di proibito. Dopo tre squilli, una voce femminile rispose, calda e leggermente roca, come se chi parlava avesse appena finito di ridere.
— Percorso Sensoriale Notturno, sono Allegra. Come posso aiutarti?
Mattia si schiarì la voce, improvvisamente consapevole di quanto suonasse rigido al confronto. — Eh, buongiorno. Ho trovato il suo depliant su una rivista e… volevo sapere se ci sono ancora posti disponibili per la prossima data.
Dall’altro capo del telefono, Allegra rise, un suono ricco e contagioso. — Oh, certo che ci sono! La prossima gita è tra tre giorni, alle otto di sera. Sei il quarto a chiamare oggi, quindi se vuoi un posto, ti conviene prenotare subito. — Va bene, allora… sì, mi prenoto — rispose Mattia, sorpreso dalla propria decisione. — C’è qualcosa che devo sapere prima? Tipo, come funziona esattamente?
Allegra fece una pausa, come se stesse scegliendo le parole con cura. — Be’, è semplice. Arrivi qui, ti faccio firmare una liberatoria, poi entri nella struttura. Dentro, ti spogli e lasci i vestiti su un carrello che li porterà all’uscita. Il percorso è al buio totale, quindi non ti preoccupare di essere visto. Ci sono musica, suoni, alcune… sorprese tattili. È un’esperienza sensoriale, Mattia. Non c’è nulla di pericoloso, la gomma è morbida ovunque, anche se ti dovessi sbattere contro qualcosa. E se ti perdi, prima o poi troverai l’uscita. È progettato così.
Mattia sentì un formicolio lungo la schiena. L’idea di essere nudo in uno spazio buio con degli sconosciuti avrebbe dovuto spaventarlo, e invece provava una strana eccitazione. — E se… non mi sento a mio agio? Posso uscire quando voglio? — Certo! Ci sono uscite di emergenza segnalate con delle luci rosse molto fioche, visibili solo se ci si avvicina abbastanza. Ma ti assicuro, Mattia, la maggior parte delle persone si dimentica persino di voler uscire. È un’esperienza molto… liberatoria.
Mattia annuì, anche se lei non poteva vederlo. — Va bene. Allora ci sarò.
— Perfetto! Ti mando l’indirizzo via sms. E non preoccuparti, non sei il tipo che si pente delle sue scelte. La voce di Allegra era sicura, quasi come se lo conoscesse già. — A presto, Mattia.
La chiamata terminò, lasciandolo con il telefono in mano e un groviglio di pensieri in testa. Si chiese se avesse appena commesso una follia, ma poi scosse la testa e sorrise. Forse, per una volta, una follia era proprio quello di cui aveva bisogno.
Tre giorni dopo, Mattia si trovava davanti a un edificio basso e anonimo, in una zona semi-industriale alla periferia della città. L’esterno era dipinto di un grigio opaco, senza insegne né indicazioni, se non un piccolo cartello con su scritto "Percorso Sensoriale – Entrata" appeso a una porta di metallo. Parcheggiò la macchina lungo il marciapiede e scese, sentendo sotto i piedi il crunch della ghiaia fine. L’aria era fresca, carica dell’odore di asfalto bagnato dalla pioggia del pomeriggio.
Mentre si avvicinava, la porta si aprì e ne uscì una donna alta, con i capelli scuri raccolti in una crocchia disordinata e un sorrisone che le illuminava il viso. Indossava un abito lungo e fluido, di un blu notte che sembrava assorbire la poca luce intorno. Mattia riconobbe subito la voce.
— Mattia, vero? Allegra gli tese una mano, e quando lui gliela strinse, notò che le sue dita erano calde e leggermente callose, come quelle di qualcuno che lavora con le mani. — Ben arrivato! Sei puntuale, mi piace.
— Grazie — rispose lui, sentendosi improvvisamente goffo. — Non sapevo cosa aspettarmi, onestamente.
Allegra rise, un suono ricco che sembrò riempire lo spazio tra loro. — È proprio questo il bello. Venite pure dentro, gli altri stanno arrivando.
Lo condusse in un atrio spoglio, con le pareti dipinte di un nero profondo e il pavimento coperto da un tappeto spesso che attutiva ogni rumore. C’erano già altre tre persone: due uomini e una donna, tutti in piedi in cerchio, come se stessero aspettando istruzioni. Uno degli uomini, sulla cinquantina, con una barba grigia ben curata, si presentò come Marco. L’altro, più giovane, con i capelli biondi e un piercing al sopracciglio, si chiamava Luca. La donna, una ragazza minuta con i capelli rossi e lentiggini sparse sul naso, sorrise timidamente e disse solo: — Io sono Sofia.
Allegra distribuì loro delle liberatorie da firmare, spiegando con voce calma ma decisa che si trattava di una semplice formalità: "Nessuno vi costringe a fare nulla che non vogliate. Se a un certo punto decidete di uscire, basta seguire le luci rosse. Ma vi assicuro, è molto più divertente restare."
Mattia firmò senza leggere troppo, sorpreso dalla propria mancanza di esitazione. Forse era l’energia di Allegra, o forse era solo la curiosità che aveva covato in quegli ultimi giorni. Quando tutti ebbero finito, Allegra li guidò verso una porta massiccia, rivestita di quello che sembrava essere uno spesso strato di gomma nera.
— Questa è l’entrata — disse, posando una mano sulla superficie morbida. — Oltre questa porta, non ci sarà più luce. Vi chiedo di entrare uno alla volta, in modo che possiate abituarvi gradualmente. Dentro, troverete un carrello con le ruote. Lasciate lì i vostri vestiti e tutto ciò che avete con voi. Saranno trasportati all’uscita da un sistema automatico. Non preoccupatevi, non si perderanno.
Mattia sentì il cuore battere più forte. Si voltò verso gli altri, ma loro sembravano altrettanto incerti, anche se nessuno accennava a tirarsi indietro. Allegra aprì la porta con un gesto teatrale, rivelando un corridoio stretto e buio. Non c’era nemmeno un barlume di luce, solo un’oscurità così densa da sembrare tangibile.
— Chi vuole essere il primo? chiese Allegra, il sorrisone che non accennava a scomparire.
Marco, l’uomo più anziano, si schiarì la voce e fece un passo avanti. — Vado io.
E con ciò, scomparve nel buio.
Mattia entrò per terzo, dopo Sofia. Non appena varcò la soglia, la porta si chiuse alle sue spalle con un sibilo soffocato, come se l’aria stessa venisse risucchiata via. Il buio era immediato, totale, senza sfumature. Non riusciva a vedere nemmeno la propria mano davanti al viso. Per un istante, fu colto dal panico, il respiro che si faceva affannoso. Poi, lentamente, si costrinse a inspirare profondamente. L’aria aveva un odore strano, una miscela di gomma nuova e qualcosa di dolce, quasi floreale.
Fece un passo in avanti, le braccia tese come un bambino che impara a camminare. Il pavimento sotto i suoi piedi era morbido, leggermente elastico, come se stesse camminando su un materasso spesso. Dopo qualche metro, le dita sfiorarono qualcosa di freddo e metallico. Era il carrello. Esitò solo un attimo prima di iniziare a spogliarsi, sentendo il tessuto dei vestiti scivolare via dalla pelle. Li appoggiò dentro il carrello, insieme al telefono e al portafoglio, poi si voltò, completamente nudo.
Era una sensazione strana. Non aveva mai provato imbarazzo a essere nudo – in palestra, negli spogliatoi, non ci aveva mai fatto caso – ma qui, nel buio assoluto, con degli sconosciuti a pochi metri da lui, era diverso. Eppure, non c’era paura. Solo una curiosità crescente.
Fece altri due passi e si fermò. Da qualche parte, una musica iniziò a diffondersi, dolce e avvolgente, simile a quella che si sente nei centri massaggi: suoni di arpa, melodie lente che sembravano sciogliere i muscoli. Mattia chiuse gli occhi, anche se non cambiava nulla, e si lasciò cullare dalle note. Poi, improvvisamente, la musica si abbassò, sostituita da un click secco seguito dalla voce amplificata di Allegra.
— Benvenuti, esploratori del buio — disse, la voce che rimbalzava sulle pareti di gomma. — Se avete trovato il carrello, lasciate lì i vostri vestiti. Non preoccupatevi, verranno recuperati. Ora, procedete in avanti. Il percorso è lineare, ma sentitevi liberi di prendere tutto il tempo che volete. Non c’è fretta, qui dentro.
Mattia ubbidì, muovendo i piedi con cautela. Il pavimento cambiò consistenza dopo pochi metri, diventando leggermente ruvido, come se fosse ricoperto da una specie di moquette spessa. Poi, all’improvviso, il terreno sotto di lui si inclinò, e si ritrovò a scivolare giù per una breve discesa, le braccia che si agitavano per mantenere l’equilibrio. Atterrò su qualcosa di morbido, un materasso gonfiabile che oscillò sotto il suo peso.
— Ah, avete trovato la prima sorpresa! rise Allegra attraverso gli altoparlanti. — Non vi preoccupate, non cadrete. Tutto qui dentro è progettato per essere sicuro. Proseguite pure.
Mattia si rialzò, il cuore che batteva un po’ più veloce per l’adrenalina. Camminò ancora, e dopo qualche metro sentì un soffio d’aria fresca sul viso. Poi, un suono nuovo: l’acqua. Le dita sfiorarono una superficie liscia e umida. Era una scala. Scese i gradini uno a uno, fino a quando i piedi non affondarono in qualcosa di tiepido e liquido. L’acqua gli arrivava alla vita, e lui si lasciò galleggiare per un istante, sorpreso dalla sensazione di leggerezza.
— Questa è la vasca sensorial — spiegò Allegra, la voce ora più lontana, come se stesse parlando da un altro punto della struttura. — L’acqua è riscaldata, e se volete, potete restare lì quanto desiderate. Ma se proseguite, troverete altre esperienze.
Mattia decise di andare avanti. L’acqua gli scivolava addosso mentre si muoveva, le mani che sfioravano le pareti di gomma per orientarsi. Poi, all’improvviso, sentì qualcosa di solido sotto i piedi: una piattaforma. Si issò fuori dalla vasca, l’aria che gli accarezzava la pelle bagnata, e fece qualche passo in avanti.
Fu allora che il terreno sotto di lui si mosse.
Un ronzio meccanico, seguito da un sobbalzo. Mattia perse l’equilibrio e cadde all’indietro, le braccia che si agitavano nel vuoto. Si ritrovò seduto su una specie di seggiolino, e solo allora capì: era una giostra. Una piccola montagna russa, probabilmente, come quelle dei lunapark, ma in versione miniaturizzata e completamente al buio. Prima che potesse reagire, la giostra partì, facendolo oscillare avanti e indietro, poi su e giù in una serie di saliscendi che gli mozzarono il fiato. Rise, sorpreso dal divertimento puro che provava, le mani aggrappate ai braccioli di gomma mentre il venticello gli scompigliava i capelli bagnati.
Quando finalmente si fermò, era senza fiato, il cuore che gli martellava nel petto. Si alzò, le gambe leggermente tremanti, e proseguì, sorridendo nell’oscurità.
Il percorso continuò a sorprenderlo. C’erano punti in cui la musica cambiava improvvisamente, sostituita dal rumore di una folla che urlava – una partita di calcio, forse – o dalle risate registrate di un pubblico in uno studio televisivo. In un altro momento, si ritrovò su un tappeto scorrevole che lo trasportò per alcuni metri prima che potesse rendersi conto di cosa stesse accadendo. Finì lungo disteso, le braccia aperte, e per un istante rimase così, a godersi la sensazione di abbandono.
Poi, all’improvviso, sentì qualcosa sulla schiena.
Una carezza leggera, quasi impercettibile. Mattia si irrigidì, il respiro che si bloccava in gola. Non era il tocco di una parete o di un oggetto. Era una mano. Una mano umana, calda, che si posò per un istante sulla sua spalla prima di ritirarsi.
— Ti stai divertendo?
La voce era vicina, femminile, ma non amplificata dagli altoparlanti. Era lì, dietro di lui. Mattia si voltò di scatto, anche se sapeva che non avrebbe visto nulla.
— Chi… chi sei?
Una risatina soffocata, poi la stessa mano gli sfiorò il braccio. — Sono Allegra. Non mi hai riconosciuta?
Mattia sentì il cuore impazzire. La voce era la sua, sì, ma così vicina, intima, senza la distorsione dei microfoni. — Non… non ti ho sentita arrivare — ammise, la voce leggermente tremula.
— È normale — rispose lei, e questa volta Mattia sentì il click di un interruttore. La voce di Allegra tornò a risuonare dagli altoparlanti, anche se ora era più bassa, come se stesse parlando in un microfono portatile. — Sto girando per la struttura, solo per assicurarmi che tutti stiano bene. E tu, Mattia? Ti sta piacendo?
Lui annuì, poi si rese conto che lei non poteva vederlo. — Sì. È… diverso da quello che mi aspettavo.
— Bene. La mano di Allegra gli scivolò lungo il braccio, le dita che tracciavano cerchi lenti sulla sua pelle. — Mi fa piacere. So che può sembrare strano, all’inizio, ma è proprio questo il punto. Liberarsi delle inibizioni, delle paure. Lasciarsi andare.
Mattia sentì un brivido percorrergli la schiena. Non era solo per il tocco di lei. Era per il modo in cui parlava, per la sicurezza con cui si muoveva in quello spazio buio, come se fosse casa sua. Poi, all’improvviso, sentì qualcosa di umido e caldo sulla pelle, proprio tra le scapole.
Un tocco diverso. Non una carezza. Qualcosa di più… intimo.
Si irrigidì, confuso, fino a quando non capì.
Allegra gli stava leccando la schiena.
Il respiro gli si mozzò. Non era doloroso, anzi. Era stranamente piacevole, anche se del tutto inatteso. La lingua di lei tracciava una linea lenta lungo la sua colonna vertebrale, e Mattia sentì un’ondata di calore diffondersi nel suo corpo.
— Mmh — mormorò Allegra contro la sua pelle, la voce ora un sussurro che solo lui poteva sentire. — Mi piaci.
Mattia non seppe cosa rispondere. Era troppo sorpresa, troppo… eccitante. Poi, Allegra si staccò da lui, e la sua voce tornò ad essere amplificata dagli altoparlanti.
— Scusate l’intrusione, ragazzi — disse, ridacchiando. — Ma volevo conoscervi meglio. Non solo con le parole. Voglio conoscere il vostro odore, il vostro sapore. So che può sembrare strano, ma credetemi, è parte dell’esperienza. Chi non si sente a suo agio con questo… beh, potete sempre dirlo.
Mattia sentì un rumore meccanico, come se qualcuno avesse premuto un interruttore. Poi, la voce di Allegra continuò:
— Sotto ogni cassa audio – ne troverete lungo tutto il percorso – c’è un piccolo dispositivo circolare, simile a quelli delle macchine fotografiche subacquee. Se non volete che vi tocchi o vi lecchi, prendetelo. Suonerà quando mi avvicinerò, e io mi fermerò. Basta dire chiaramente che non vi va, e io rispetterò la vostra decisione. Mattia, tu sei stato colto alla sprovvista, quindi se non ti va, dimmelo ora e mi fermo.
Mattia esitò. Nella sua mente, rivide l’immagine di Allegra all’entrata: alta, sicura di sé, con quel sorrisone che sembrava promettere chissà quali avventure. Il suo corpo, nonostante la sorpresa iniziale, aveva reagito bene. Molto bene.
— No — disse, la voce più ferma di quanto si aspettasse. — Va bene così.
Sentì Allegra ridere, soddisfatta. — Bene. Allora voltati.
Mattia ubbidì, girandosi lentamente. Non vedeva nulla, ma sentiva la presenza di lei, vicina, il respiro caldo che gli sfiorava il petto. Poi, la lingua di Allegra tornò a toccarlo, questa volta sullo sterno, scendendo lentamente verso i capezzoli. Mattia chiuse gli occhi, anche se non serviva, e lasciò che le sensazioni lo travolgesero.
— Mmh, sì — mormorò Allegra, la voce ora un sussurro contro la sua pelle. — Sei delizioso.
Poi, si staccò, e Mattia sentì i suoi passi allontanarsi nella gomma morbida.
— Divertitevi, ragazzi — disse Allegra attraverso gli altoparlanti, la voce ora lontana. — Il percorso continua. E ricorda, Mattia: non c’è nulla di male nel lasciarsi andare.
Mattia rimase lì per un istante, il corpo ancora vibrante per il tocco di lei. Poi, sorrise nell’oscurità e proseguì, pronto a scoprire cosa altro avesse in serbo quella strana, meravigliosa avventura
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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